La siccità dell’anima

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Una passeggiata cittadina rivela spesso sorprese.
Camminando, le voci e le esperienze degli altri si intrecciano silenziosamente, senza appartenenza eppure inglobandosi come comparse e incontri.
Ed è in una di queste passeggiate che un’insolita esclamazione mi ha portato a pensare.
Un uomo chiede delle monete ad un altro uomo.
La risposta: un secco ‘no’ e, accanto al no, parole ancora più complesse: “Non abbiamo nulla da darti, nemmeno la pietà”.
L’uomo che chiede è indigente, l’uomo che risponde non lo è.
“Non abbiamo più nemmeno la pietà” – quanti ‘significati’ ci sono in questa affermazione?
Indifferenza, noncuranza, stanchezza, egoismo, ignoranza, paura, separazione, differenze, limiti, senso di superiorità, di sicurezza, superficialità, coraggio del branco, mancanza di empatia, rabbia, frustrazione.
Manca il collante tra gli esseri umani.
La visione economico-politica è diventata di-visione sociale, l’idea del progresso esclude chi apparentemente non vi appartiene.
La forbice di separazione antropologica viene alimentata, nella nostra realtà, da un’idea costante di obiettivi da raggiungere per essere “Uomo”.
È davvero così che vogliamo essere ed esistere?
Non è la moneta chiesta e data o non data che cambia la qualità di una relazione. Ma quello che si sente incontrando l’altro che la cambia.
Senza pietà e compassione, non c’è incontro autentico ma rette parallele che coltivano distrattamente l’orto dell’amore, con frutti radi, scarsi e immaturi.
La siccità dell’anima è l’assenza di pietà.