Quando lo straordinario si fa luce: il tempo per te non è un lusso
Ci sono giornate che si costruiscono ad incastro, come un mosaico di cui non hai scelto le tessere: la sveglia puntata per accompagnare il bambino all’asilo con il tempo di allacciargli le scarpe senza fretta, la spesa da fare prima che chiuda il negozio, il lavoro che si allunga oltre l’orario previsto e quel caffè con un’amica che, per trovare posto in due agende diverse, deve aspettare tre settimane.
Prendi in mano la giornata e la senti già piena, prima ancora di cominciarla, non per quello che hai scelto di farci ma per quello che qualcun altro, o qualcos’altro, ha già deciso al posto tuo.
L’ingranaggio che si è fatto stretto
Chiamiamo tutto questo, semplicemente, la vita.
Ci sembra l’unico modo possibile di abitare le nostre giornate: un ingranaggio a cui ci adeguiamo senza discutere, come se fosse un dato di natura e non qualcosa che potremmo osservare con un minimo di distanza – come si guarda un meccanismo di cui non si è ancora del tutto prigioniere.
Ma quell’ingranaggio, se lo guardiamo da vicino, si è fatto negli ultimi anni ancora più stretto. Le relazioni si assottigliano in un messaggio e in una reazione lasciata ad un contenuto, senza che ci si tocchi mai davvero una spalla, senza che venga voglia di uscire a cena solo per il gusto di stare insieme.
Persino le guerre, quelle vere, arrivano a noi vissute come fossero partite: si tifa una parte o l’altra, ci si schiera, si discute e si smette di sentire, sotto quel tifo, il peso reale di quello che sta accadendo.
È una frammentazione che si vede ad occhio nudo, in questi mesi più che mai, ed è comprensibile che ci attraversi senza che ce ne accorgiamo: fa parte del rumore in cui siamo immersi ogni giorno.
Ciò che non è mai stato nostro da correggere
C’è però una parte di questo meccanismo che non è mai stata nostra da correggere e un’altra che invece lo è sempre stata. Non possiamo smontare l’ingranaggio: il ritmo del mondo, la sua fretta, la sua frammentazione, non rispondono a noi e non lo faranno mai, per quanto ci opponiamo. Quello che resta nostro – per intero, senza sconti – è come scegliamo di abitarlo.
Una bolla fuori dal tempo ordinario
Ed è qui che serve un tempo che esca da quel ritmo: non una fuga per resistere meglio al ritorno ma una bolla in cui, per un momento, si smette di essere mossi dal meccanismo e si torna in contatto con il flusso che è davvero proprio. Un tempo straordinario, nel senso più letterale della parola: fuori dall’ordine consueto delle cose.
Non si tratta soltanto di trovare, dentro quella bolla, un momento di luce in cui riposarsi. Si tratta di diventare, per la durata di quel tempo, la luce stessa. Non la si cerca fuori di sé, come un rifugio da raggiungere: la si diventa, lasciando che il proprio raccoglimento si faccia per un istante ampio quanto il cielo che lo ospita.
Il mattino dopo la festa
L’ho ritrovato con chiarezza in un mattino al mio paese, dopo una di quelle notti di festa che là si vivono ancora come si vivevano quando ero bambina: le voci che si rincorrono da un cortile all’altro, la sera che si allunga ben oltre la sua ora perché il caldo lo permette, le ferie lo permettono, persino il pensiero, in quei giorni, si concede un margine che il resto dell’anno non gli riconosce.
Il mattino dopo, ancora un po’ stanca della sera precedente, trovo il paese che si risveglia piano, quasi in punta di piedi, insieme al cielo. Nell’aria restano gli odori e i colori della festa, qualcuno, già in piedi, ne raccoglie pazientemente le tracce, e in mezzo a quel movimento sommesso si apre un silenzio che non ho cercato, non ho costruito: era già lì, e io, per quel breve tratto di mattina, sono diventata quella stessa quiete.
Tornare ma non più le stesse
Poi, naturalmente, si torna. Il flusso meccanico riprende il suo passo e nessuna bolla di raccoglimento lo sospende per sempre.
Ma qualcosa, in quel ritorno, resta diverso: il ritmo è lo stesso di sempre, eppure non ci si ritrova più a subirlo come prima. Si sceglie, ora, come abitarlo, non più trascinate ma presenti dentro il proprio stesso passo.
La giornata ad incastri con cui siamo partite può restare, allora, invariata nei suoi orari e nei suoi appuntamenti e tuttavia non lo è più, in chi la attraversa. La sveglia suona sempre alla medesima ora, il bambino viene accompagnato all’asilo con lo stesso passo di ogni mattina, il lavoro continua a dilatarsi oltre l’orario previsto, proprio come sempre: nulla, all’apparenza, si è spostato di un millimetro. Eppure chi cammina dentro quegli incastri non è più chi vi era entrata poco prima, non del tutto, non con lo stesso peso addosso – perché nel frattempo, anche solo per un mattino, si è lasciata attraversare dalla propria luce.
E se questo non accade una volta soltanto, ma si ripete, un mattino dopo l’altro, una bolla dopo l’altra, qualcosa comincia davvero a spostarsi: più quella presenza ritrovata si fa frequente, più l’ingranaggio, pur restando lì, identico nei suoi orari, perde la sua presa su di noi. Non smette di esistere. Smette, semplicemente, di essere l’unica cosa a decidere chi siamo, mentre lo attraversiamo.
Se senti che il nodo da sciogliere passa più dal corpo che dalle parole, la Sessione di riequilibrio energetico GDEè un modo per iniziare – non a spiegare quella luce, ma ad abitarla.

