Non abbiamo perso l’umanità, ma l’unità

Non abbiamo perso l’umanità, ma l’unità

Quante volte hai guardato negli occhi uno sconosciuto, davvero, per più di un secondo?

Non capita quasi mai. Nella fila al supermercato, sui mezzi pubblici, in autostrada nel traffico: gli altri restano sagome, ostacoli, corpi da scavalcare per arrivare dove dobbiamo arrivare. Poi, a volte, qualcosa si inceppa. Qualche giorno fa un incidente ha fermato la mia famiglia per due ore su un tratto di autostrada, e in quel fermo forzato – nessun clacson, nessuna rabbia, solo caldo e attesa – ho visto succedere una cosa che normalmente non accade mai: le persone hanno iniziato a guardarsi davvero. Chi ci stava accanto in coda ha scambiato la propria acqua naturale con la nostra, gassata, perché nostro figlio potesse bere qualcosa di adatto a lui. Poco dopo, un camionista è sceso dalla cabina del suo mezzo e ci ha portato altra acqua fresca, presa dal proprio frigo di bordo, per nostro figlio, insieme a due cioccolatini. Un uomo ha scavalcato il guardrail con il proprio cane in braccio, per non lasciarlo camminare sull’asfalto rovente. Nessuno aveva chiesto niente di tutto questo.

Eppure, se ci penso, è proprio questo il punto strano: di solito non accade. Diciamo spesso, quasi come fosse una verità acquisita, che il mondo si è indurito, che ciascuno ormai bada solo a sé, che l’altro – lo sconosciuto, il diverso, chi non conosciamo -è per sua natura un rivale, o nella migliore delle ipotesi un ostacolo. Hobbes, un filosofo del Seicento, diceva che l’uomo è un lupo per l’altro uomo: non ci vediamo, ci fiutiamo, pronti a difenderci prima ancora di essere attaccati. È un pensiero comodo, perché ci giustifica in anticipo: se il mondo è già così, la nostra diffidenza non è una scelta, è solo prudenza.

Il volto che ci chiama in causa

Eppure quelle due ore ferme raccontano un’altra storia. Il filosofo francese Emmanuel Levinas ha passato una vita a interrogarsi su cosa accade davvero quando incontriamo un altro essere umano e ha scritto una cosa che sembra semplice e non lo è affatto: il volto dell’altro – prima di ogni parola, prima di ogni giudizio che potremmo dare su di lui – ci chiama in causa. Non lo decidiamo noi, con la testa, se occuparcene o no: il volto ci arriva addosso, esposto e senza difese e ci chiede qualcosa ancora prima di poter scegliere di rispondere. Il camionista non ha valutato se aiutarci convenisse, se fossimo simpatici, se ce lo meritassimo. Ha visto un bambino, e il bambino lo ha già chiamato in causa.

Restare due, eppure raggiunti

Si potrebbe pensare che tutto questo accada perché, in fondo, siamo tutti uguali, tutti fragili allo stesso modo, tutti parte della stessa sostanza. Ma non è così che funziona ed è proprio qui che sta il punto più delicato.

Il camionista non si è riconosciuto in noi come ci si riconosce in uno specchio: non condivideva la nostra stanchezza, non aveva il nostro bambino, non stava perdendo il nostro stesso appuntamento. Restava, fino in fondo, un estraneo con la sua vita, il suo carico, la sua giornata già scritta altrove. Eppure proprio quella distanza non ha impedito nulla. Ci ha visti: noi, precisamente noi, con quel bambino in quel momento e quello sguardo specifico, non una fragilità generica che ci accomunava, lo ha mosso.

L’unità, allora, non è scoprire che siamo la stessa cosa. È lasciarsi guardare dalla fragilità di chi si ha davanti, anche quando quella fragilità resta sua e non diventa la nostra. Non è più un contatto con la persona che abbiamo davanti, con la sua storia e il suo nome, ma un contatto più nudo: con l’essenza stessa della sua fragilità, con quella pura esposizione al dolore che ogni volto porta, chiunque lo indossi.

Non serve fondersi con l’altro, né sentirlo identico a noi, per essere chiamati in causa da lui. Ed è proprio questo, più che una generica bontà d’animo, a disarmare il sospetto: non il fatto di scoprirci uguali al lupo che temevamo di avere di fronte ma il fatto di smettere di guardarlo come un lupo e iniziare a lasciarci raggiungere dal suo volto.

Quando il volto resta sagoma

Il rischio, naturalmente, è che questo non accada. Che il volto resti sagoma, che lo sconosciuto resti ostacolo, che la fretta o la paura ci impediscano di alzare davvero gli occhi. Quando questo succede, il sospetto non si scioglie mai: resta lì, si alimenta da solo, ci conferma ogni volta che avevamo ragione a diffidare, perché non abbiamo mai davvero guardato abbastanza a lungo da scoprire il contrario.

Quelle due ore ferme in autostrada non hanno restituito nulla di quello che avevamo perso: l’appuntamento di lavoro restava annullato, i programmi di mio marito erano saltati. Ma per un tratto di strada, tra sconosciuti che non si sarebbero mai più incontrati, qualcosa ha smesso di essere un ostacolo da scavalcare, ed è diventato, semplicemente, un volto.

Prima di poter riconoscere il volto dell’altro, forse c’è un passo che viene ancora prima: ritrovare la propria unità interiore, quella che si perde tra i troppi ruoli e le troppe voci che portiamo dentro senza nemmeno accorgercene. Se senti il bisogno di parlare, di mettere ordine nei pensieri e capire da dove viene quella frammentazione, ilPrimo incontro di orientamentoè pensato proprio per questo. Se invece senti che le parole non bastano più, che il nodo vive anche nel corpo,lo Screening vibrazionale con i Solidi Platoniciè un’altra porta sulla stessa casa, per iniziare a riconoscerlo da lì.