Così Jaspers chiama i momenti di confine tra controllo e assenza di controllo, tra uno stadio e un altro di essere.
La morte è una di queste, la malattia e l’essere soggetti al caso pure.
Dinanzi a questi limiti l’io trema di brividi atavici e fremendo controlla la bussola dell’esistenza, smarrendo il nord delle certezze. L’ago turbina nel suo cerchio e disperato cerca appigli di speranza e passato.
Corre in tondo finché la forza d’attrazione del possibile e del cambiamento non polarizza una nuova direzione.
Si ripristina l’equilibrio geografico della vita, con ferite multiple e sorrisi inaspettati. Un nuovo giro di boa ci attende. Con un bagaglio più leggero si solca il mare e il cielo delle stelle fisse diventa un’antica leggenda da tramandare all’anima solitaria quando il dolore bussa di nuovo alla sua porta.
Come usciamo dopo una tempesta? Dopo una situazione limite?
Sconfitti nell’arroganza e nelle aspettative proiettate sul futuro e sull’altro. Il nostro spazio diventa più vuoto e lascia entrare solo il prezioso.
Ecco che il possibile si apre nel nuovo limite e reclama di essere visto e sospinto in avanti, verso nuovi confini, verso nuove situazioni.
Non temere il limite è la gioia della vita. Nel suo paradosso, il confine apre l’oceano sconfinato e scatena la libertà di essere ancora in cammino.

