Negli ultimi anni, il dialogo con l’altro è stato esponenzialmente condito con lamentele, insoddisfazioni senza alcuna punta di leggerezza.
Tutto è diventato più pesante.
Bisogna correre, bisogna dire, bisogna fare.
Si deve andare, si deve festeggiare, si deve accudire.
Un calderone di oppressioni sparse in ogni scompartimento dell’esistenza. Da quello sociale a quello familiare, da quello personale a quello lavorativo.
In ogni sfera c’è qualcosa che DOBBIAMO o SI DEVE fare. Legati dal guinzaglio della pressione interna ed esterna, ci muoviamo come automi lungo il tempo. Compriamo vestiti usa e getta, cibo sintetico, illusioni di nutrimento, smaniamo alla ricerca di un’anima perduta e aneliamo, con un tablet nella mano, al ritorno dello stato di natura.
Perché non ci fermiamo un attimo?
Interrompere ogni azione, fermare la quotidianità del DOVERE e attivare la modalità del SENTIRE per riprendersi lo spazio del sé spurio da tutte le contaminazioni obbligate.
La primavera è entrata con passo altisonante, lascia che quel passo entri nel frastuono dei doveri e risvegli la presunzione di esistere senza catene dorate.
Lascia sbocciare quella solitudine feconda che nidifica al centro del silenzio e partorisce con leggerezza la possibilità di riconoscersi.
Prenditi il tuo tempo passeggiando tra gli alberi, tra palazzi antichi e nuovi, apri un buon libro, respira il mare, gusta l’aroma del caffè e rimani lì, in quei gesti, in quei momenti, scollegati dal dovere e vivi.
Sentirsi spinti e oppressi da tutte le parti insegna a ricercare uno spazio sacro e nudo che possa accoglierci in silenzio e senza giudizio.

