Nella mia esperienza personale ho avuto sempre un rapporto altalenante con il ‘silenzio’, inteso come assenza di parola. Il ‘silenzio’ era un imbarazzo o una punizione. Bisognava riempirlo o evitarlo.
Crescendo ho imparato a gestirlo ed accoglierlo e nelle mie consulenze individuali è diventato uno strumento fondante.
Perché questo?
Perché il silenzio è capace di preparare la scena alla profondità delle parole aiutando i pensieri a partorirle.
Per questo motivo l’ho definito maieutico.
Maieutica, dal greco l’arte ostetrica, l’arte di far partorire, è un termine preso in prestito dal metodo dialogico tipico di Socrate, un metodo che aiutava l’altro a dare alla luce, da sé, la verità.
Il silenzio ha questo compito, si insinua tra un pensiero e l’altro concretizzandosi nella sospensione sonora di un’immagine, di un’idea.
Scivola tra le lacrime o disegna un semi-sorriso riempiendo totalmente lo spazio di sé.
La pienezza del silenzio maieutico si fa pesante e rivelatrice. Non è una pausa ma un’epifania.
E dal momento in cui fa la sua comparsa da protagonista ogni cosa cambia, giunge la consapevolezza a sedersi sul trono e a prendere lo scettro della direzione.
I momenti di assenza delle parole sono fondamentali in un percorso di consulenza filosofica individuale, aiutano a far emergere e a consolidare. Non interrompono alcun flusso, anzi al contrario rendono agevole quel flusso.
Sono pietre preziose incastonate nelle rivelazioni di mente e anima.

