Nel cuore, le cose non finiscono.

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In tutta onestà, ci sono dei giorni in cui il passato e le relazioni trascorse assumono un ruolo vacuo e immobile, quasi inutile e sciocco.
Come sabbia tra le dita, non ci sono più o sono talmente tanto cambiate da non essere riconoscibili o ritrovabili.
La clessidra della vita è a senso unico, non sposta ma smarrisce: perde nel nuovo.
In quei giorni il peso del cambiamento è talmente forte da bloccare la progettualità e la speranza di godere delle possibilità che possono arrivare.
Ma perché, pur avendo consapevolezza del carattere assolutamente mutevole dell’esistenza, ci si trova a formulare questi pensieri e ad esperire queste azioni bloccanti?
Perché in fondo, nel cuore, le cose non finiscono.
Il passato non è un luogo, è qualcosa che passa, che non c’è più ma rimane impigliato come una goccia di lacrime tra le ciglia della vita.
Il cambiamento è complesso perché ci richiede un sacrificio, richiede di tagliare, cancellare, lasciare indietro qualcosa che è connessa a noi, anche se questo qualcosa non è più adatto o possibile.
Non c’è mai un vero superamento ma un inglobamento che si proietta avanti e si alleggerisce nel presente verso la direzione indicata dal nostro orizzonte.