“Come mai mi sento schierata a favore dei ladri?” – ho continuato a farmi questa domanda guardando “La casa di carta” fino alla sua ultima stagione.
Perché sto simpatizzando per chi è, senza ombra di dubbio, fuori dal sistema legale?
Ho osservato, in verità, di essere andata oltre il ruolo rappresentato dai singoli personaggi come gruppo e come individui, ho annusato in ciascuno di loro quella forza propulsiva all’azione al di là di qualsiasi forma di impedimento.
Ho visto dall’alto, direbbe Marco Aurelio, talmente dall’alto, da sciogliere la trama in una metafora annodata al piano più esistenziale ed esperienziale.
Mi sono emozionata pensando che l’impossibile può diventare reale, sotto condizioni e progetti, che in un gruppo si agisce meglio che soli, che la speranza non solo è l’ultima a morire ma può anche resuscitare.
Ho compreso che si può essere gli eroi di se stessi derubando la vita, sottraendo, con caparbietà, ingegno e coraggio, brandelli di possibilità alla paura del movimento, all’angoscia del fallimento e a qualsiasi pensiero che ci vuole passivi e contenitori.
Sapere osare con se stessi, responsabilmente, ma correndo verso i nostri desideri, mettendo via i rimpianti e i “non si può fare”. Avere le risposte o crearle ad ogni giro di boa della vita.
Quei ladri, con le loro maschere e trasgressioni, mi hanno ricordato quanto è importante sognare e ancora di più, lasciare che la vita punga il cuore e gli ricordi che non sta battendo inutilmente.

