L’uomo che cammina sul fuoco

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La casa è ancora lì. Il ricordo del loro viso è vivo nelle foto in carne ed ossa che camminano nella mia vita.

La notte di San Giovanni non era una notte qualunque. E non lo è nemmeno oggi. Di anno in anno, scintille di magia si ricompongono a formare la poesia e la meraviglia di un’infanzia felice e di un uomo e una donna che vivevano accanto al suono delle rotaie.

Era la notte delle lucciole, delle carriole piene di legna da ardere, dei vicini di casa dal sapore di focolare e dei coriandoli di mais saltellanti tra le mani dei bambini.

La preparazione era lenta, come in tutti i rituali che del tempo fanno un ingrediente. All’odore del crepuscolo, bruciano i ramoscelli più sottili, sacrificio per la prima fiamma. Ad uno ad uno cadono i ceppi e il rosso divampa. Lenta si cuoce la brace mentre una pala antica ne fa tappeto. Il piede assaggia furtivo e veloce il caldo dei tizzoni ma non è ancora giunto il momento.

C’è un vociare di sedie sul piccolo piazzale, chiacchierano anche le stelle e le luci catturate nei barattoli dei bimbi. L’attesa si fa allegra, ricolma delle parole semplici di una giornata appena trascorsa e delle memorie disegnate sulle rughe. Sorridono tutti. È notte ma sulla pelle si può sentire il tocco di un raggio di sole.

L’orologio del campanile intona la mezzanotte, ci siamo. Si apre il tendone e la meraviglia ha inizio.

Il fazzoletto le nasconde i capelli, lunga la gonna si solleva sul manto rovente. Passi brevi e lenti. Il silenzio arriva furtivo, ospite gradito. Suonano i carboni sotto il lieve peso dell’amore. Il viso è una dolcezza di mille ere e una saggezza cresciuta nei campi tra le foglie della vita.

Ora è il turno del passo falcato. Avanti e indietro. Avanti e indietro. Avanti e indietro. Una litania di parole allegre accompagna la sua passeggiata. Il funambolo del fuoco ghiaccia il momento regalandolo al giorno in cui gli occhi sapranno guardare.

Quando arriva il giorno, vibra ancora la notte.

E la sento. La sento vibrare ancora oggi.

In memoria di Italino e zia Loreta