Il cuore oltre il confine, il ritorno alla vera compassione

Il cuore oltre il confine, il ritorno alla vera compassione

Ci sono parole che, col passare del tempo, sembrano aver perso la loro forza originaria, diventando simili a vecchi specchi appannati che restituiscono un’immagine distorta della realtà. Una di queste è la parolacompassione. Oggi, quando la pronunciamo, sentiamo spesso un retrogusto di “pena” o di “commiserazione”, come se guardassimo qualcuno dall’alto verso il basso. Per questo motivo, la nostra società ha iniziato a preferire il termineempatia, elevandolo a soluzione di ogni conflitto. Ma l’empatia, per quanto utile, si muove spesso solo sulla superficie della nostra esistenza.

L’etimologia ci dice che l’empatia è la capacità di comprendere lo stato d’animo altrui. Nonostante molti credano sia un “sentire”, essa rimane in realtàuna capacità mentale. È un esercizio intellettuale, un mettersi nei panni dell’altro restando però ben chiusi nei propri.

“Io capisco cosa provi, comprendo la tua logica e le tue emozioni, ma io resto io e tu resti tu.”

C’è un confine, una distanza di sicurezza che ci permette di analizzare l’altro senza lasciarci davvero coinvolgere dal suo incendio. Proprio perché è una funzione della mente, l’empatia si può insegnare, si può trasmettere come si insegna un calcolo matematico o una strategia di vendita. Non a caso, è diventata uno strumento perfetto per gli ingranaggi della produzione contemporanea: serve a gestire meglio le persone, non a connettersi profondamente con loro.Lavora sul piano fisico e razionale, ma non sfiora quello dell’anima.

La compassione non si insegna, si riconosce

La compassione, nel suo senso più profondo e metafisico, abita un piano completamente diverso. Come suggerisce l’etimologia stessa del termine — dal latinocum patior, che ricalca il grecosympathia— essa non è un semplice“dispiacersi”, ma un vero e proprio“patire insieme”/”soffrire con”. È la partecipazione attiva al sentire dell’altro.

Se l’empatia è una capacità della mente, la compassione è unafacoltà del cuore. E il cuore non segue i programmi scolastici; il cuore non impara per comando, ma per risonanza. Non si può “insegnare” la compassione a tavolino, ma si può preparare il terreno affinché essa fiorisca.

Questo terreno è la consapevolezza di un sostrato comune.

Per entrare nel regno della compassione dobbiamo prima comprendere, nel profondo, che non esiste alcuna differenza sostanziale tra noi e un albero, tra noi e un cane, tra noi e la persona che ci siede di fronte. Siamo tutti forme diverse, espressioni di pari dignità di un’unicaForza. Quando lavoriamo su questo elemento metafisico – l’appartenenza a un’unica radice – allora la compassione nasce spontanea. Non è più un “io capisco te” ma un “io riconosco me in te”.

Oltre la dualità: la sfera del tra

Mi è capitato, all’inizio della mia carriera di consulente filosofica, di trovarmi di fronte a una persona estremamente oppositiva. Ogni mia parola veniva respinta, ogni riflessione criticata. Inizialmente la mia mente ha reagito con gli strumenti che conosceva: il disagio e la rabbia. Cercavo di “usare l’empatia” per capire razionalmente il suo rifiuto eppure restavo separata, ferita nel mio ruolo.

Poi, è accaduta “magia”.

Ho smesso di cercare di “capire” con la testa e mi sono aperta a “sentire” con il cuore.In un istante di silenzio, il guscio della mia individualità si è sgretolato. Non ho più visto un “consultante difficile”, ho iniziato a sentire il dolore di quella opposizione come se fosse il mio. In quel momento, i nomi e i ruoli sono svaniti.

Siamo entrati in quella che potremmo definire lasfera del tra, come la definisce il filosofo Martin Buber. Non c’era più un io che analizza un tu; c’era un’unione che annulla lo spazio e il tempo. Ho provato un amore immenso, un’emozione intensa, perché quella rabbia non era più un attacco esterno: era una parte del Tutto che chiedeva di essere riabbracciata.

Quando i confini cadono, la dualità muore e accade l’unità.

Ridare dignità al sentire

Ridare dignità alla compassione significa allora uscire dalle logiche della produzione e del controllo.L’empatia ci serve per funzionare nella società, ma la compassione ci serve per esistere nell’Universo.

È un’esperienza meravigliosa e, al tempo stesso, faticosa, perché ci ricorda che nessuno di noi è mai veramente “risolto”. Siamo tutti in cammino, frammenti di un unico specchio che cercano di ricomporsi.

Entrare in quella sfera metafisica significa avere il coraggio di sentire il dolore dell’altro non come qualcosa da “risolvere” ma come un’esperienza che ci appartiene già.

È lì, dove l’io e il tu smettono di lottare, che la compassione ci conduce per mano verso la nostra vera casa: l’unione profonda con la Vita.