La maggior parte delle persone che incontro sui mezzi pubblici, nei locali o davanti al rosso del semaforo, nell’attesa o per ‘ingannare’ il tempo ha lo sguardo rivolto verso lo schermo di uno smartphone.
Il mondo delle relazioni si riduce alla quantità di messaggi, stories, reels, posts, video con i quali si interagisce. Si assiste ad uno scollamento tra la realtà presente e concreta e il mondo virtuale fatto di solleciti visivi e uditivi.
Uno dei primi effetti è l’assenza dell’alterità nella sua forma sostanziale. Spesso per guardare il cellulare, dimentichiamo di essere immersi in un contesto gruppale, siamo talmente assorbiti da rischiare di tirare qualche gomitata di troppo o di estraniarci completamente dalla comunicazione verbale e non.
Un altro effetto, classificabile tra i primi provocati da questa esperienza contemporanea, è il ridimensionamento della sfera del rispetto. Chi di noi non ha assistito a conversazioni fatte ad alta voce e volume, a videochiamate in pubblico, a racconti telefonici di ore nei viaggi in treno, come se lo spazio dell’altro non andasse preservato.
E un altro ancora è la trasformazione della sfera privata in sfera pubblica, accessibile a chiunque.
Lo spazio tra l’io e il tu si accorcia e si dilata senza permesso, la comunicazione si annacqua e il legame concreto perde significato.
In questa breve riflessione non desidero soffermarmi sul perché e sul come rimaniamo attratti e risucchiati dallo smartphone ma su cosa c’è al di là di esso che ha perso attrattiva.
Il mio primo pensiero va al cambio di paradigma operato, a braccetto con l’avanzamento tecnologico (in tutti i campi), nella società. Un modello che ha stravolto l’assetto etico e relazionale.
Una delle prime avvisaglie di questo nuovo paradigma è rappresentata dalla fretta costante che coinvolge tutti. Un tempo riempito oltre il suo bordo che lascia esigui attimi annuali alla casualità e al flusso della vita.
Accanto alla fretta, c’è la tendenza al controllo, a volte quasi maniacale, per evitare di subire contraccolpi esterni. Se controllo, se monitoro, se programmo, se gestisco, non c’è spazio per l’incertezza, per il dolore, per la morte.
Nel nuovo modello la vita è una corsa al successo, ogni azione va direzionata verso un obiettivo sempre più grande, sempre più in alto. E se non ne sei in grado, il fallimento diventa la tua medaglia.
Ma quanto fretta, controllo e successo sono REALMENTE funzionali alla nostra esistenza? Abbiamo davvero ottenuto con e attraverso di essi benessere e realizzazione?
La stanchezza che deriva dall’adeguamento a questo nuovo paradigma ha reso i momenti intimi e i momenti di svago una parte del sistema, annientando la semplicità degli atti.
Il ‘tempo libero’ non c’è più, è diventato tempo del riposo DAL MONDO E DALLE SUE RICHIESTE. Ecco che il mondo, quello virtuale, si sostituisce a quello vero e lo spodesta.
Non c’è un reale confronto con l’alterità, non c’è una prestazione da dover dimostrare: se vedo i reels di un altro non c’è una richiesta, non devo avere fretta, anzi mi perdo, mi smarrisco, mi dimentico di me e dilato il tempo, mi sottometto al controllo e non devo rincorrere il successo.
Non sto facendo riferimento ai social di qualche anno fa, ma ai ‘non-social’ di adesso, quelli che ci assorbono e ci attirano in un vortice discendente di annullamento e perdita di tempo.
Non apprendo, non evolvo ma rimango sospeso e immobile, in una meravigliosa e sempre disponibile VACANZA del sé.
Chiediamoci se è questa la direzione che vogliamo imboccare…

