Quando la disponibilità diventa un problema

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Quando la disponibilità diventa un problema

Molti retaggi culturali e familiari del nostro tessuto sociale impongono un’apertura, spesso totale, all’altro. Bisogna essere gentili, bisogna essere pronti a sostenere l’altro, bisogna essere disponibili per essere delle ‘brave’ persone.

L’essenza della bontà viene misurata nella quantità di azioni messe a disposizione per l’altro, azioni che generano una diretta proporzionalità al giudizio favorevole dell’altro. Un serpente che si morde la coda fintanto che il giudizio rimane il nostro termine di paragone.

Più di una volta ho raccontato l’origine del giudizio. Esso non nasce dall’essenza ma dall’interpretazione di chi o cosa abbiamo di fronte. Qualunque cosa facciamo verso l’altro, non avremo mai la certezza che abbia funzionato come desideriamo. A volte pensiamo di aver fatto del bene e magari le cose non sono andate così.

Idea e realtà non sempre coincidono.

Quando siamo all’interno di questo circolo così complesso corriamo il rischio di straripare con la nostra disponibilità.

Proviamo ad immaginare una casa con la porta sempre aperta. All’inizio entrerà chi abbiamo invitato, i più timidi rimarranno sull’uscio, i più educati busseranno.

Ma con il tempo la porta aperta diventerà un’abitudine e la casa sarà spazio di chiunque lo elegga ‘suo’ spazio in quel determinato momento: per chiedere qualcosa, per criticare, per trascorrere il tempo, per lamentare la propria vita, per piangere, per fare l’amore e per donare.

E quella casa avrà pavimenti che richiedono di essere puliti, faccende accumulate, letti da rifare e panni da lavare. E arriverà il momento in cui quella casa verrà trascurata definitivamente, persa dietro la disponibilità ora divenuta un problema.

Ora immaginiamo di essere quella casa costantemente invasa dalla nostra scelta di totale e assoluta apertura. Nessun confine tra noi e l’altro. Il nostro tempo si accorcerà, le nostre cose perderanno la priorità e nel peggiore dei casi smetteremo di guardarci e di volerci bene.

Come può un gesto d’amore ridurci senza amore?

Qualcuno potrà dirmi che sto esagerando, che in fondo è una visione tragica quella che sto narrando. Ma è davvero così? Chiediamoci cosa ci è successo anche quell’unica volta in cui ci siamo sentiti obbligate/i a fare qualcosa che non volevamo, in virtù di un principio assorbito ed eletto a salvezza.

‘Ama il prossimo tuo come te stesso’ è una frase incompleta e falsa se l’amore è unidirezionale. Io e tu debbono vivere in equilibrio per una relazione autentica che salvaguarda l’amore di ciascuno.

Nel mio lavoro ho incontrato molti clienti che hanno sentito la necessità o hanno maturato la consapevolezza di ripristinare un confine tra sé e l’altro. E il confine, come sempre, non rinchiude ma definisce e dà una forma. Distingue l’io dal tu e ne rafforza la relazione.

Ciascuno nel suo spazio e nella sua libertà. Condivisi, complementari ma individuali e personali.

In questo modo molti problemi relazionali hanno incontrato la loro trasformazione e definitiva soluzione.